Soddisfazione, gioia e fierezza emergono al termine del Gran Premio di Cina, un successo che racconta il primo successo di Kimi Antonelli e il ritorno sul podio di Lewis Hamilton: due destini che si incontrano tra passato, presente e futuro della Formula 1.
“Te l’ho detto che eri un grande, eh” ha detto papà Marco a Kimi Antonelli. Padre e figlio stretti in un abbraccio tra le lacrime al termine del Gran Premio di Cina, mentre l’Italia guarda la storia nascere davanti ai propri occhi. Non si tratta solo della giovane scommessa di Toto Wolff che consolida la sua posizione alla fine di un weekend gestito da vero starboy e che mette a tacere i più scettici ancora increduli sulla scelta del dirigente austriaco di sostituire il sette volte campione del mondo con un rookie.
É il Tricolore che torna sul gradino più alto della Formula 1 dopo vent’anni. É la gioia di una Nazione che vede il proprio figlio conquistare il primo successo di una carriera iniziata forse troppo presto. É la fierezza di un genitore comune che vede il proprio figlio realizzare il proprio sogno dopo anni di sacrifici immaginando un traguardo che, al Shanghai International Circuit, è diventato realtà.
All’ultimo giro, gli occhi di Kimi Antonelli iniziano a riempirsi di lacrime, portandolo ad effettuare qualche piccolo errore proprio in prossimità del traguardo. Le mani del bolognese tremano all’interno dell’abitacolo della sua monoposto, mentre arriva alla bandiera a scacchi guidando il gruppo. A vincere il Gran Premio di Cina non è la giovane promessa di Toto Wolff, bensì il bambino che si è intrufolato all’interno del carrello delle gomme ad Hockenheim nel 2014 per assaporare la realtà della Formula 1, quel diamante grezzo che era stato avvicinato dal dirigente delle Frecce d’Argento nel periodo dei kart sognando una vita che adesso è diventata la sua quotidianità.
Poco dietro l’italiano, a tagliare la linea di traguardo, Lewis Hamilton – l’ex proprietario del sedile su cui adesso è comodamente seduto Andrea Kimi Antonelli, classe 2006, ed ereditato a seguito del trasferimento del campione britannico a Maranello – in terza posizione che conquista il podio numero 203 della sua carriera. Un grande numero che parla di esperienza e di familiarità con la sensazione di salire sul palco; eppure, questa volta la sensazione del britannico è diversa.
É un risultato storico quello del numero 44 che finalmente può assaporare il primo podio vestendo il Rosso di Maranello con il Cavallino Rampante sul cuore. É una storia familiare, ma del tutto nuova, festeggiata tra la vecchia famiglia di Brackley e quella nuova di Maranello. Una vittoria che ha il suono di una giovane promessa, di un’armonia che si può immaginare possa proseguire in un continuo crescendo, complice anche una W17 che riesce a ben interpretare il nuovo regolamento.
A fianco, invece, suona una musica diversa: solenne e prepotente. É quella del ritorno sul podio di uno dei più grandi piloti di tutti i tempi dopo 476 giorni dall’ultimo, questa volta in una veste diversa, quella del Rosso Ferrari. Un risultato inseguito con veemenza e poi quasi desistito, immaginando che la gioia di tagliare il traguardo entro le prime tre posizioni potesse essere ormai solamente un lontano ricordo. Due storie con background diversi eppure, le carriere dei due piloti sembrano essere collegate attraverso un filo immaginario, destini incrociati che si ritrovano sul circuito di Shanghai.
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“Still our driver, è ancora il nostro pilota” aveva detto scherzando Toto Wolff al termine delle qualifiche di sabato mattina, guardando la prima fila conquistata delle Frecce d’Argento e la terza posizione ottenuta da Lewis Hamilton. Eppure, domenica a Shanghai, guardando all’immagine riflessa sul podio del tracciato cinese si ha la percezione che la storia tra Brackley e Lewis Hamilton non sia mai davvero finita, ma abbia solo cambiato forma con il pilota britannico che festeggia il primo podio con Ferrari insieme al suo precedente ingegnere di pista, Peter Bonnington, l’uomo che adesso sussurra a Kimi Antonelli. Un’istantanea di famiglia che fa male, ma al tempo stesso racconta la profondità di un rapporto che va oltre la Formula 1.
Foto: Mercedes-AMG Petronas F1 Team Media Center, Scuderia Ferrari HP.