Vincitore al Nürburgring, a Macao e non solo: Raffaele Marciello non ha bisogno di presentazioni – INTERVISTA ESCLUSIVA
Ex pilota della Ferrari Driver Academy e 2 volte campione del Mondo nel GT World Challenge Europe: Raffaele Marciello è uno dei nomi più altisonanti nel motorsport a ruote coperte e non a caso Valentino Rossi, suo compagno di squadra in alcune delle gare più emozionanti delle rispettive carriere, l’ha ridefinito “uno dei migliori se non il miglior pilota GT al mondo”.
Come è iniziata la tua carriera: di chi è il merito e cosa ti ha spinto a continuare? Inoltre, quando hai capito che era la tua via?
“Mio papà è sempre stato appassionato. Lui era un camionista e quando avevo tre anni e mezzo più o meno, ha deciso di mettermi su un go-kart. Non mi ricordo bene, chiaramente, però si vede che dai loro racconti non ero così appassionato all’inizio. Poi quando inizi a vincere, ovviamente, inizi a essere appassionato. E poi da lì sono andato dai go-kart alla Formula 3, alla Formula 3 e tutto. La passione è dovuta a mio papà.”
Leggi anche: ULTIM’ORA – Nuovo ingegnere di Hamilton: debutterà a Miami!
Ho una foto per te dai kart, con Sainz e Kvyat. Cosa si prova a sapere che hai gareggiato con dei piloti che hanno fatto tanta carriera? Sainz ha guidato in Ferrari, Kvyat in Toro Rosso. Volevo chiederti cosa si prova.
“Dopo questa foto ci siamo visti e incontrati altre volte perché con Sainz ho anche corso in Formula 3. Lui ha fatto Formula 3 e Kvyat anche. Fortunatamente in quella categoria ho vinto io, ma nei kart erano leggermente più competitivi loro. Non ho rancore che loro sono arrivati in Formula 1, soprattutto Carlos, diciamo. Daniil ha avuto una Formula 1 un pochettino più travagliata. Alla fine, come nella mia situazione, ce ne sono sicuramente tanti altri. I posti buoni sono sempre pochi, devi avere fortuna che quando arrivi c’è l’anno che il pilota smette. Ad esempio, qualsiasi giovane “targato” Mercedes rimane senza sedile per tanto tempo con Russell e Kimi. Quindi ci vuole molta fortuna: fortuna, bravura e magari essere al posto giusto al momento giusto.“
Sempre nelle categorie minori: chi sono stati i piloti più divertenti con cui combattere?
“Ce ne sono stati tanti sicuramente. Forse Rosenqvist in Formula 3, che ho combattuto con lui tutto l’anno. Anche Wehrlein… poi in GT comunque con Dries Vanthoor, ho fatto tanti anni quando ero in Mercedes contro di lui. Però penso che Rosenqvist e Wehrlein forse sono stati i piloti con cui combattevo di più nella Formula 3, quando vincevo. Poi in GP2 vabbè, c’era Stoffel [Vandoorne], c’era Jolyon Palmer. Mi è capitato tutti gli anni dove nelle formule il livello era molto alto. Anche in Formula Abarth l’anno che ho fatto io erano 40 macchine”
E poi, appunto, sappiamo che dopo la GP2 sei arrivato a sfiorare la Formula 1, hai fatto anche qualche test. Cos’è che ti ha impedito di diventare un pilota ufficiale? Hai parlato di “occasioni”, ma immagino anche questioni legate a budget e sponsor.
“Sono uscite queste interviste dove sembra che sono contro la Ferrari, ma ripeto, io non ho nulla contro di loro, anzi, ho ancora un bellissimo rapporto con tante persone. Penso di essere stato sfortunato che sono arrivato vicino alla Formula 1 negli anni dove c’è stato questo grande cambiamento in Ferrari e ovviamente ogni direzione ha i propri piloti, il proprio favorito, mettiamola così. Io ero stato scelto da Domenicali e Montezemolo e non da quelli arrivati dopo, quindi niente, sono stato scartato. Quando ero nella Ferrari fortunatamente pensavano loro al budget. Nella nuova direzione non mi volevano in poche parole. È andata come è andata. In GT correndo contro di loro io voglio batterli, ovviamente siamo rivali, però sempre nel rispetto, sempre nell’essere sportivi.”
C’è un’emozione più grande di guidare per la Ferrari? Nella FDA, sul piatto della bilancia pesa di più la pressione che ti porti dietro oppure l’ambizione e lo stimolo di essere un pilota Ferrari?
“Quando ero dentro io, la FDA era proprio quasi come una scuola perché dovevo vivere a Maranello, ero seguito ogni giorno, quindi… diventa una routine. Alla fine non ci pensi più quando sei lì e fortunatamente io non sono uno che sente molto la pressione. Ho guidato la Ferrari una volta a Fiorano e due volte nei test di Barcellona e Abu Dhabi. Ovviamente molto molto bello, però alla fine quando ti metti il casco, non ci pensi. Era il mio lavoro fare un po’ di sviluppo, quindi ci pensi, però devo anche dire che è stato così tanto tempo fa che non so descrivere ciò che provavo. Però sicuramente era emozionante ma non è che dicevo ‘Oddio, sto guidando una Ferrari’, perché comunque arrivi lì pronto. Però sicuramente i primi giri un po’ ci pensi perché è quello che sogni da quando sei bambino. Però quando sei lì dopo sogni più di correrci, non solo di fare un test, e quindi diventa molto in fretta un’abitudine.”
Sappiamo che avevi un bel rapporto con Jules Bianchi e volevo chiederti il periodo dopo Suzuka com’è stato?
“Sì, noi passavamo molto tempo assieme a Maranello anche con Andrea Ferrari, che era anche il nostro allenatore nella Driver Academy. È successo così veloce, poi siamo andati a trovarlo un po’ di volte all’inizio in ospedale, però è difficile spiegarlo. Non so, magari te lo aspetti sempre che può succedere a qualcuno essendo comunque sempre uno sport pericoloso. Però sì, soprattutto la prima volta quando l’ho visto a Nizza lì è stato un po’ uno shock perché da come te lo ricordi dopo era un’altra persona. Però anche in questa situazione, diciamo che mi abituo molto in fretta alle situazioni, quindi poi dopo il primo shock iniziale che dici “Cavolo, è successo, non sarà più come prima” e devi fartene una ragione, ecco. Però sì, non è bello che sia successo a lui, poi per come è successo… mi sono anche tatuato il suo numero.”
Com’è passare dalle monoposto alle GT…Se tornassi a quel periodo, faresti le stesse scelte o cambieresti qualcosa?
“No, per fortuna l’ho fatto. È stata una mia scelta, anche se magari mio papà o qualcun altro spingevano per fare un altro anno di GP2. Però ormai sapevo che anche se avessi vinto il campionato non sarebbe cambiato nulla. Quindi per fortuna ho preso questo “treno” di andare in GT. All’epoca c’erano tanti posti, non come adesso dove il GT è diventato molto conosciuto. Vedi Max [Verstappen] che adesso guida al Nürburgring, o Stroll che viene a fare la gara a Daytona… tanti piloti sento che sono interessati. Quella scelta la rifarei nello stesso modo.”
Direi che è andata bene poi, alla fine.
“Sì, sono contento anche se ero ancora abbastanza giovane, avevo 21 anni. Tanti mi dicevano: ‘Ah, potresti andare ancora in Indy, fare un altro anno…’, ma alla fine ero convinto ed è andata bene.”
Proprio in GT hai vinto nel 2019 a Macao, poi la 24 Ore di Spa nel 2022. Cosa si prova a vincere un Gran Premio come Macao, che penso sia il più difficile e affascinante al mondo e qual è il circuito più bello o emozionante in cui hai corso?
“Io dico sempre che le gare più belle per me sono Macao, il Nürburgring (la Nordschleife) e Bathurst. Sono gare in piste storiche; anche l’Interlagos è molto bella. Sono molto contento di aver vinto Macao due volte, Spa e il Nürburgring l’anno scorso. Mi mancano Daytona e Le Mans, poi dopo sarò contento. Ovviamente c’è sempre voglia di vincere altre gare, ma quelle sono le principali.”
Valentino Rossi ti ha definito il miglior pilota GT al mondo. Com’è il tuo rapporto con lui e come si vive con la “benedizione” di uno dei più grandi della storia?
“Valentino è più normale di quello che si dice. È proprio tranquillo stare con lui, non vai a pensare alla persona che è. Ed è anche molto forte: per essere un ex motociclista va anche forte. Io non mi sento il più forte in GT perché ci sono così tanti piloti forti, bisogna avere il team, il giusto BOP [Balance of Performance]… tante cose. Però è sempre bello che uno come Vale dica questo di me. Ci sentiamo spesso, abbiamo anche fatto lo scambio del casco. Passare tempo con lui è molto divertente e spero di correrci ancora insieme in futuro, anche se per adesso non ci sono piani visto che lui corre con WRT e io per ora no.”
In sottofondo sento la bambina piangere. Volevo chiederti della vita oltre la pista: come riesci a coniugare la vita da pilota che gira il mondo con quella da papà e futuro marito?
“Con il mio lavoro è un po’ diverso. Chi fa un lavoro normale magari va via la mattina e torna la sera e vede la figlia ogni giorno. Io vado a periodi, ma quando sono a casa, anche per due o tre giorni, sono presente 24 ore su 24 con lei. Adesso andare via inizia a essere più difficile perché sa davvero chi sono, inizia a capire. Io faccio circa 22-23 gare all’anno, ma ho meno cose extra da fare fuori dalla pista rispetto alla F1. Siamo persone normali, io cerco di essere un papà normale: gioco con lei, andiamo al parco… e quando sono via cerco di tornare il prima possibile.”
Enzo Ferrari diceva che ogni figlio fa perdere un secondo in pista. Anche Alonso e Schumacher parlavano del “piede alzato” avendo una famiglia a casa. Hai avuto riscontri effettivi da quando hai avuto una figlia? Ci pensi quando devi fare una mossa azzardata o stacchi completamente?
“No, per fortuna ho vinto al Nürburgring dopo che è nata Ginevra, quindi no. Secondo me dipende da persona a persona. Io quando metto il casco non ci penso: guido e cerco di fare il massimo. Penso di non essere cambiato, forse anche l’averla avuta abbastanza giovane aiuta.”
Segui la Formula 1 attuale?
Sì, più o meno.
Cosa ne pensi delle nuove vetture e del 2026?
“Le battaglie sono diventate finte, quindi alla fine tu sai quando passi, poi dopo vieni ripassato in un modo brutto da vedere. Quindi non c’è più l’arte del sapersi difendere, non farsi fare l’incrocio, perché sai, tutto basato sulla potenza o la batteria, quello che è. Quindi per me l’unico peccato è quello, perché per il resto, non guidando, non è che posso dire tanto. Sicuramente da vedere non è bella, perché quando vedi i video dove la macchina deve per 500 metri fare quello che deve fare, soprattutto in qualifica penso che sia un problema per i piloti, ecco… è brutto. Però per me principalmente è l’arte del difendersi che si è un po’ andata a perdere, ecco.”
Sempre legato all’attualità, volevo chiederti, legato alle parole di Gravina che parla di sport di serie A e sostanzialmente sport di serie B, quando abbiamo tantissime eccellenze, partendo da GT, da te, da Kimi, da Fuoco, da Bezzechi, da Sinner, a Milano-Cortina dove l’Italia ha fatto molto bene. Volevo chiederti cosa ne pensi delle parole che ha detto appunto Gravina.
“Io corro con la bandiera svizzera, anche se sono svizzero-italiano, però posso scegliere io. Mi hanno portato persone come queste, diciamo, a non correre più per la bandiera italiana. Non che la Svizzera faccia chissà cosa, però almeno non fa niente. Invece è meglio non fare niente che fare danni, ecco. Non penso che lui quello che ha detto lo pensi davvero, soprattutto magari in un momento post-sconfitta dell’Italia ai Mondiali, magari doveva dire una cosa per difendere la Nazionale. Però poteva pensarci un po’ prima. Noi in GT, passami il termine, non siamo nessuno, però soprattutto adesso che c’è magari Sinner, c’è Kimi, c’è Bezzecchi, ma anche Vale con l’Academy o non so, le Olimpiadi invernali… magari puoi farti aiutare da un media manager o qualcuno a dire le cose e non fare queste figure, ecco. Non so se ora si dimetterà magari e poi chiederà scusa o quello che è, però sicuramente ha detto una cosa brutta.”
Da sempre l’Italia è un’eccellenza anche nello sport, è stata un’uscita abbastanza fuori luogo.
“Esatto. Però sì, voglio correre con la bandiera svizzera per tanti motivi e uno dei motivi è che sì, in Italia c’è tanto Ferrari, tanto calcio e poco di tutto il resto e può portare magari tanta gente ad abbandonare il tricolore.”
Volevo concludere chiedendoti per il futuro cosa ti aspetti, sia in pista che fuori.
“In pista di continuare come sta andando. Vorrei comunque lasciare il mio nome quando smetterò di correre, al di fuori delle vittorie perché dove corriamo noi c’è sempre il compagno di squadra, gare lunghe, la macchina si può rompere, potresti non vincere per 5 o 6 anni, eccetera. Però quando smetti di correre, sentire: ‘Ah sì, Marciello era comunque un pilota forte, faceva la differenza’, quello mi farebbe molto felice. E poi ovviamente sarei bugiardo a dire “Non voglio vincere la 24h di Le Mans”, sarebbe bello. Fuori dalla pista uguale, alla fine sono abbastanza contento di come stanno andando le cose. C’è chi non si accontenta, secondo me accontentarsi anche alcune volte è meglio che magari cercare cose che potrebbero essere possibili però magari troppo difficili o alcune cose anche non possibili, quindi sapersi accontentare è sempre la maggior parte delle volte, anche, può funzionare, ecco.”
Foto: raffaelemarciello.com, team_rmarciello/IG